Intelligenza Emotiva

Intelligenza emotiva è proprio uno di quei libri che dopo averlo letto viene da cambiare un po’ la prospettiva su diverse cose.
Da un lato, mette in crisi un sistema (soprattutto quello educativo) che ha una sua struttura iniziata secoli fa; dall’altro, apre la porta ad una più ampia visione di ciò che si intende per intelligenza, considerandola in ogni aspetto dell’esistenza umana.

Ma come si misura l’intelligenza? Quale significato ha?
Beh, molto semplicemente esiste un’esperienza che fanno praticamente tutti, fin dalla più tenera età ed è diventata lo spartiacque per dire: “intelligente sì”, “intelligente no”, ed è l’esperienza della scuola! 

Quando penso all’intelligenza seguendo questo vecchio paradigma mi immagino una classe con sopra i banchi le teste degli studenti, sì proprio così, mi immagino solo le teste e niente corpo. Teste che entrano ed escono, teste che fanno l’intervallo, che salgono sui pullman, che svolgono interrogazioni…
Sì, solo teste, perché così funziona il vecchio paradigma, funziona seguendo la logica del risultato e della capacità di immagazzinare informazioni e quindi  per raggiungere lo status di intelligente hai bisogno “solo” di una gran bella testa!                                                      

Il corpo no, quello non ti serve a niente, non ti serve esser coordinato se stai sul banco, non ti serve saper essere creativo per inventarti la vita, non te ne fai nulla di ciò che ti dice il tuo intuito, la tua pancia, il tuo cuore e le tue mani; non ti serve a niente saper dare un nome a un’emozione o intuire lo stato d’animo di un altro solo da uno sguardo. Tutto ciò non ti serve a niente, a meno che tu legga “Intelligenza emotiva” e che poi tu possa guardare sotto il banco e scoprirti tutto intero!

CHE CAVOLO STAI DICENDO GERZY!!!

Lo spettacolo è la morte del teatro.
Gerzy Grotwsky

Gerzy Grotowsky è stato colui che ha rivoluzionato la scena teatrale moderna.
Nella sua opera principale “Per un teatro povero” (Bulzoni Editore), descrive come
il suo teatro rinunci ai costumi ed alle scenografie per sostenere un rapporto
autentico con il pubblico.

L’attore, in questa ricerca di autenticità, fa un grosso lavoro su di sè, basato su un
intenso training fisico e sulle improvvisazioni vocali e corporee.
Da qui la frase provocatoria di G. G. che dà il titolo al post.
Il regista vuole prendere completa distanza dai concetti di finzione e ripetizione per esplorare esattamente l’opposto: verità ed autenticità.

Per questo, il suo teatro è fondamentale per i principi della Teatroterapia.
Nei confronti della scena, la Teatroterapia ha lo stesso atteggiamento: attraverso il
gioco e le improvvisazioni l’attore/persona, dà vita ad una relazione con sè e gli
altri, scevra il più possibile da sovrastrutture ed esplora i confini delle proprie
modalità espressive.
Quando il gioco è “vero”, allora anche la persona è vera; se il gioco funziona,
allora anche lei funziona; il suo corpo è vero, la sua voce è vera… la finzione è vera.

Come per ogni esplorazione è necessaria una buona dose di sincerità e di coraggio
per poter andare laggiù, nel proprio sè profondo, guardare cosa c’è e risalire.
Chiudo con un’altra citazione del maestro e buona esplorazione di sè a tutti!

Non è l’avventura teatrale che è importante nella vita, ma la vita come avventura, questo è importante.
All’inizio per me il teatro è stato unicamente il pretesto, lo pseudonimo della vita come avventura, un raggio in più. Il teatro non è stato niente di più per me, mai; l’attore era lo pseudonimo per dire essere umano, niente più.
Gerzy Grotowsky

Paura eh!?!

Wayne Dyer è stato uno psicologo, docente e scrittore statunitense di successo, ma questa definizione è assolutamente riduttiva per descriverlo.
Wayne Dyer è stato un uomo che ha fatto della sua vita una sacra testimonianza di come si possa uscire dalla sofferenza attraverso un cammino spirituale di autoguarigione e amore.

Nel video “La saggezza del Tao” , tratto dall’omonimo libro di Laozi. Egli descrive come abbia cercato di “incarnare” questa Sacra Scrittura. In particolare, in un passaggio del video, parla della paura e di come istintivamente si cerchi di prendere distanza da ciò che la genera.

Dopodichè, Wayne ci introduce al concetto di curiosità, dicendo quanto possa essere trasformativo resistere alla chiusura ed alla fuga di fronte a ciò che ci spaventa.
Ovvero, rimanendo aperto e curioso, posso superare la mia paura?

Ed eccoti qui amata Gestalt che salti fuori! Ascoltando quel passaggio ti ho pensata perchè tu, cara Gestalt, ci inviti a rimanere aperti ed osservare curiosi ciò che ci accade a livello fisico, emotivo e del pensiero di fronte alle situazioni e agli incontri della vita, anche, e forse soprattutto, quelli che fanno un pò paura!

CIAO STEFANO! …PIACERE ALESSANDRO! (dare forma ai demoni)

NOME: STEFANO
COGNOME: VERGOGNA
ETÀ: 28 ANNI
LAVORO: DISOCCUPATO
CARATTERISTICHE: PASSA LE GIORNATE IN PIGIAMA MANGIANDOSI LE UNGHIE, POSA LO SGUARDO VELOCEMENTE SU TUTTO IN MODO CIRCOSPETTO SENZA OSSERVARE VERAMENTE NULLA, CAMMINA IN MODO FRENETICO TRA IL TAVOLO E IL DIVANO CON LE SPALLE RICURVE, TIENE SALDAMENTE IN MANO IL TELECOMANDO DELLA TV CON IL QUALE FA ZAPPING IN MODO COMPULSIVO PER LA MAGGIOR PARTE DELLA GIORNATA.

Questa è la scheda di Stefano Vergogna, un personaggio al quale ho dato vita anni fa
all’interno di un’esperienza laboratoriale condotta dalla bravissima danzAttrice e
formatrice Barbara Altissimo.

Questo personaggio è stato creato seguendo le indicazioni che ci invitavano a dare forma ad una parte di noi sofferente, debole, disagiata; quella parte che vorrebbe chiedere aiuto ma non sa come fare ed aspetta di essere salvata mentre è impegnata nel fare la vittima.

Negli anni a seguire, occupandomi di Teatroterapia, ho potuto sentire quanto
quell’esperienza sia stata terapeutica. Per anni, ho avuto un dialogo con Stefano Vergogna, nel regalargli una precisa identità, potevo riconoscere il suo sopraggiungere osservando il mio modo di usare il corpo, oppure attraverso i pensieri o la tentazione di alcune abitudini.

Rendendolo “reale” ho potuto “scegliere”. Scegliere di accoglierlo o di lasciarlo semplicemente “fuori dalla porta”. Finché non gli diedi un’identità ciò che quella parte di me aveva da dire si manifestava attraverso sensazioni specifiche di dolore e sofferenza, rendondomi molto più difficile il poter fare qualcosa di buono per me.
Ed ecco perché: “dare forma ai demoni!” significa farli uscire e metterli sul cuscino
affianco a noi, riconoscere che siamo “altro” da quello e così incominciare una danza, un gioco, un dialogo con loro!

La Sedia Calda – Omaggio alla Gestalt

CREATIVITÀ… NIENTE DI PIÙ CONCRETO!

Girare il video “La sedia calda” è stato divertente, eccitante, ho giocato con il mio amico Michele ed abbiamo messo le nostre energie in un progetto.

Questo è ciò che ci interessa in questa sede, non tanto il risultato, ma ciò che ci dona il processo creativo. Un punto in cui la Teatroterapia e la Gestalt per me convergono, seppur affrontandolo in modo differente, è proprio questo aspetto legato alla creatività.

Quando parliamo di benessere personale, di crescita, di consapevolezza, la creatività non rappresenta qualcosa di velleitario, astratto o indefinito; non rappresenta qualcosa che ha a che fare solo con eventuali ambizioni artistiche, tutt’altro: è ciò che di più concreto si possa avere.

Il gioco si trasforma in un apprendistato esistenziale, l’eccitazione in energia corroborante e appunto: “creativa”, dove l’importanza di questo processo ce lo dice la parola stessa, creatività significa: “creare”!
Ci permette di connetterci con il nostro potere personale e di investire questo “potere” sulla creazione della nostra esistenza.

Cercando l’etimologia della parola “creatività” ho trovato: “Intuire in modo inedito in cui combinare elementi antichi, chiamare a essere reale ciò che prima non era neppure immaginato,rinnovare lo stupore davanti ad una creazione che prende forma davanti ai nostri occhi.”